Alla metà del XV secolo non sembrava che Roma potesse divenire uno dei maggiori poli del Rinascimento italiano… L’Umanesimo e le correnti artistiche del Rinascimento avevano infatti brillato a Firenze e Venezia e nelle corti di Mantova, Urbino e Ferrara. Sulla scorta di questi esempi, nella seconda metà del XV secolo il Papato volle recuperare il tempo perduto aiutando fortemente l’espansione delle lettere e delle arti secondo il nuovo trend, ricorrendo ad artisti e letterati provenienti dai centri sopracitati. Al centro di questa onda di sviluppo ci fu la Biblioteca Vaticana, voluta da Sisto IV, che creò uno dei poli del forte sviluppo di Roma nel secondo Rinascimento, con la riabilitazione del classico verso una convergenza tra la saggezza antica e il messaggio cristiano, tenendo presente che, per le ovvie forti divergenze all’interno del nuovo pensare, l’Umanesimo non riscosse mai il consenso unanime da parte della Chiesa. Il compromesso però prevalse ed il Papato non rifiutò il concorso di uomini che vedevano nella Chiesa un faro di riferimento.

Anche i numeri ebbero la loro importanza: all’inizio del XVI secolo Roma era superata, come abbiamo detto, da altre città italiane e contava poco più di 100.000 abitanti mentre Firenze, Milano, Napoli e Venezia ne avevano almeno il doppio. E’ dunque con la basilica di San Pietro che il Papa Giulio II iniziò a trasformare Roma in una nuova terra promessa. Quando fu l’apogeo della Roma pontificia e umanistica? Durante il papato di Giulio II e Leone X.

I Papi del tempo cercarono quindi di rendere Roma una città esemplare per la religiosità dei suoi abitanti, un modello che potesse essere utile per la riforma spirituale e morale dell’Europa. Ecco una carrellata delle tantissime star dell’arte che soggiornarono a Roma: Brunelleschi e Donatello, Masaccio e Masolino, Beato Angelico, Jean Fouquet e ancora Vivarini, Bartolomeo di Tommaso e Benedetto Bonfigli, Andrea del Castagno e Piero della Francesca, un Luca detto “Tedesco” e forse il fiammingo Rogier van der Weyden. Questa ricchezza di spunti disparati preparò il terreno a quella sintesi che, verso la fine del secolo sedicesimo, sfociò in un linguaggio originale, detto appunto “romano”.

Con la cappella Sistina si giunse all’apice: ci lavorarono e furono presenti a Roma nel periodo della sua realizzazione Perugino, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, Pinturicchio, Andrea Mantegna e il giovane Michelangelo che compose, insieme a Bramante e Raffaello, il sommo trio. Se poniamo il 1527, con il Sacco di Roma, la fine dell’ondata delle meraviglie, dobbiamo però ancora citare la presenza nella Città Eterna di Sebastiano del Piombo, Parmigianino e Rosso Fiorentino. 1527: in quell’anno maledetto si scatenò infatti una diaspora degli artisti in tutte le direzioni…

(Nell’immagine: Filippino Lippi, dettaglio della Cappella Carafa, 1488-1493)

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