Belli e TrilussaOltre Pascarella, che è meno conosciuto, sono stati due i poeti romaneschi nati (oltre che vissuti) nella città eterna nell’Ottocento: Giuseppe Gioachino Belli e Trilussa. Il primo nacque nel 1791 e morì nel 1863 mentre il secondo, quasi passandosi la staffetta, visse tra il 1871 e il 1950. Mentre Belli trascorse la vita nell’ombra e i suoi sonetti vennero pubblicati postumi, Trilussa godette di una gran fama al punto da venire nominato Senatore a vita nel 1950. Belli scrisse 2.200 “Sonetti romaneschi” in vernacolo in cui raccolse la voce del popolo della Roma del XIX secolo. Intellettuale e moralista, scrisse i sonetti con l’intento di mettere alla berlina l’ipocrisia di quella società decadente; la sua satira pungente a volte celava amare considerazioni sulla vita e sulla condizione dell’uomo. Il suo realismo espressivo prese a piene mani la lingua degli strati più popolari per farla confluire in brevi icastici sonetti. Trilussa invece, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Marianum Salustri, è stato reso famoso dalla produzione in dialetto romanesco benché abbia scritto molto anche in italiano; collaborava infatti con numerose riviste. Personaggio popolarissimo, ricevette grandi apprezzamenti sia per i suoi testi che si contraddistinguevano per una spiccata nota di satira politica e sociale, sia per l’abilità di lettore delle proprie opere. Tra le sue opere in vernacolo, “Favole romanesche” (1900) e “Ommini e bestie” (1908). Ideò un linguaggio più prossimo all’italiano nel tentativo di portare il vernacolo del Belli verso l’alto; alla Roma popolana sostituì infatti quella borghese, alla satira storica l’umorismo della cronaca quotidiana.

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